Draghi, il relativismo e le riserve dello stato

Il relativismo inquina anche la politica

Quando un Governo cede il passo, le sue azioni sono consegnate alla storia, ai posteri cui spetta “l’ardua sentenza”. Scortesia istituzionale sarebbe quella di evidenziarne ancora i presunti limiti, le ritenute debolezze, gli eventuali errori istituzionali, perché, per quanto si possa indulgere alla critica, il Governo della Repubblica e pur sempre il nostro Governo, ed ogni critica nei suoi confronti, per quanto acerrima, non deve avere una finalità e un sentimento distruttivo, ma sempre costruttivo. Piuttosto, non si può negare che l’esperienza appena passata sia stata l’espressione e la declinazione storica della filosofia ormai dilagante e imperante nei paesi di civiltà occidentale, che non ha fornito e non fornisce risultati soddisfacenti.

Intendiamo riferirci al relativismo, in tutte le sue forme e, soprattutto, conseguenze. Joseph Ratzinger vi ha dedicato pagine memorabili, nelle quali mette in guardia l’umanità intera e ogni società civile, nei confronti di questo strumento di interpretazione della realtà materiale e spirituale, che conduce inevitabilmente al sonno della ragione.

Negare qualunque verità

Il relativismo, negando l’esistenza di una qualunque verità tendenzialmente assoluta, nemmeno nella forma popperiana della temporanea non falsificabilità, mette criticamente in discussione la possibilità di giungere a una sua definizione ma soprattutto di attingere ad una comparazione, e quindi ad un giudizio assiologico, mettendo esattamente sullo stesso piano non già diverse asserite verità, ma qualsivoglia opinione. Infatti, il relativismo nega anche la sola astratta possibilità di individuare uno strumento unico di misurazione il quale, per ciò stesso, dovrebbe essere caratterizzato da una assolutezza negata in radice per qualsiasi manifestazione umana. Così facendo, nega perfino il concetto stesso di confronto e giudizio che presuppongo un termine di paragone assolutizzato.

Relativismo scientifico, etico, teologico, filosofico, assiologico, conoscitivo, culturale, esperienziale, tutto impedisce di discernere, alla fine, il giusto dall’ingiusto, il corretto dallo sbagliato, riducendo il metro di giudizio sulle cose umane alle sole categorie contingenti dell’interesse e del particulare.

Il relativismo dilagante ed egalitarismo delle conoscenze

Il relativismo, come approccio globale alla realtà, permea per li rami ogni aspetto dell’agire e del vivere umani e coinvolge anche gli strumenti che sovrintendono alla prassi Conoscere per deliberare diviene un aforisma inutile, perché il conoscere senza giudizio non è conoscere, e il giudizio non è possibile nel relativismo delle opinioni. Il deliberare diviene così regola a se stesso, senza un parametro di giudizio che non sia la soddisfazione contingente e senza prospettiva. In politica esso è demagogia e populismo nelle sue manifestazioni deteriori.

Come in una composizione dodecafonica ogni nota è la tonica di se stessa, così per il relativismo ogni opinione è giustificazione di se stessa. Relativismo significa, in altri termini, egalitarismo delle conoscenze, delle idee, delle opinioni, delle competenze, degli uomini. Si trasforma nella cultura superficiale del “tanto è uguale” diffusa soprattutto tra le generazioni vittime di una scuola lassista e rinunciataria: non si usa il congiuntivo, né un linguaggio preciso e specifico prediligendo “cosa” e “fare”, tanto è uguale. Si confondono libici e libanesi, tanto è uguale, e cosa importa se il traforo del Brennero non esiste, tanto è uguale. Che giova se Pinochet era cileno e non venezuelano, tanto è uguale.

La selezione della classe dirigente ai tempi del relativismo

L’egalitarismo dei cervelli, come è evidente, incide anche sulla selezione della classe politica, ma ancora più preoccupantemente, su quella della classe dirigente. In nome di questo relativismo egalitario non si distinguono, non tanto i ruoli, quanto i saperi, la cultura, le competenze, le esperienze. Un egalitarismo che confonde e stravolge il concetto di uguaglianza, che è una categoria giuridica, intesa come comune e inevitabile sottoposizione al rule of law, e cioè alla legge, e non una categoria morale, come la pari dignità di ogni essere umano. Il relativismo egalitario nega, invece, la specificità della Persona e annega in una notte scura tutti gli individui deprivati così dei loro difetti, inadeguatezze, inabilità, ma anche pregi, carisma, talenti, conoscenze, esperienze, affogati in un calderone dove “uno vale uno”, e dunque tutti valgono tutti, ma appunto perciò, ognuno vale nessuno. Un concetto, questo, che, celandosi dietro una apparente eticità della affermazione, in realtà nasconde una sostanziale delegittimazione della persona e delle sue peculiarità.

Abbiamo bisogno di un cambio di rotta, soprattutto dopo che abbiamo assistito ad esperimenti in corpore vili sul tessuto istituzionale, da parte di apprendisti stregoni non all’altezza dei complessi meccanismi della economia, delle istituzioni, del diritto soprattutto pubblico. Approcci talvolta infantili che hanno creato confusione, contraddizione, debolezza dell’agire politico, danni forse irreparabili. Si riapre così il ben noto problema della formazione e selezione dei quadri dirigenti di supporto all’azione politica e amministrativa.

Le recenti esperienze hanno dimostrato vieppiù, se mai ce ne fosse stato bisogno, che è illusorio pensare che i programmi di governo si realizzino sol che i politici siano eletti dal popolo e siano nominati i ministri della propria parte. In realtà occorre una ben coesa e competente rete all’interno dell’apparato amministrativo e istituzionale. Il rapporto di agenzia tra la politica e la pubblica amministrazione è ineliminabile in ogni democrazia e va gestito sia selezionando la classe dirigente di livello apicale sia creando una cinghia di trasmissione ancora più competente tra questa e il politico (il Ministro.), vale a dire la rete della diretta collaborazione (gabinetti, segreterie tecniche) che costituiscono lo staff pensante dell’uomo politico, lo stato maggiore del comandante. Questo personale va scelto attingendo a riserve professionalizzate, competenti, esperte, dotate di relazioni anche a livello europeo. Se il consenso, la visione, le sensibilità politiche, le sintesi, le utopie sono proprie dell’uomo politico, la elaborazione dei programmi attuativi e la loro concreta attuazione sono proprie, ai rispettivi livelli, degli apparati di staff e dei dirigenti apicali.

Le così dette riserve dello Stato

Emerge così irrinunciabile l’esigenza di attingere a quelle riserve dello Stato di cui si accennava, che esistono in ogni Paese. Esempio paradigmatico ne sono in Francia l’ENA e il Polytechnique. In Italia, la tradizione e le diverse condizioni della amministrazione hanno invece spinto verso l’estrazione da quelle classi di altissimi grand commis de l’état che sono i magistrati amministrativi e contabili, gli avvocati dello Stato, il personale della Banca d’Italia, i funzionari parlamentari, i diplomatici e, sul piano delle conoscenze specifiche della materia di riferimento, i professori universitari. Esattamente quelle altissime professionalità che sono selezionate da procedure di ingresso durissime, da un cursus honorum estremamente selettivo, da una esperienza pregressa tale da forgiarne la professionalità concreta e operativa e non astratta e meramente dottrinaria.

Una classe dirigente che, naturaliter per la sua stessa formazione culturale, parla la medesima lingua istituzionale, ha forte il senso dello Stato e la consapevolezza della continuità di esso pur nel mutamento degli scenari politici, la lealtà nei confronti delle istituzioni e, soprattutto dei cittadini, la fedeltà ai principi, primi tra tutti quelli etici e costituzionali.

Il Presidente Draghi proviene da due settori della riserva dello Stato: il mondo universitario e quello dei dirigenti apicali e comprende benissimo queste necessità. Sa che gran parte del suo successo sarà dovuto all’opera di questi grand commis de l’état e sa che solo creando un forte spirito di squadra istituzionale e una solida complicità nel bene si potrà contenere gli inevitabili tentativi di deviare nella prassi dagli obiettivi strategici e dagli indirizzi decisi dal Presidente. L’auspicio, che è in realtà una certezza, è che con Draghi non prevarrà il desiderio di imbarcare compagni di scuola, amici, vicini di casa, sodali in affari, nani e ballerine.

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