La cultura della morte disvelata dalla pandemia

La stampa ha dato notizia dell’atteggiamento che il servizio sanitario nazionale olandese ha assunto nei confronti di un tema scottante: la ipotetica scelta tra i pazienti da curare, in ristrettezza di risorse. Il Direttore del Servizio ha criticato italiani e spagnoli perché danno troppo ingresso nelle terapie intensive a pazienti anziani che tolgono spazio ai più giovani con maggiori prospettive di guarigione. Ha stigmatizzato quello che, a suo dire, è una conseguenza di un cultura sbagliata, tipicamente latina.

A coronamento di ciò le autorità sanitarie nazionali hanno invitato i medici di base a contattare i propri assistiti senior per porre loro il dilemma: in caso di contagio con una situazione particolarmente grave si intende essere curati con una “lunga ventilazione”, quindi con i respiratori, oppure, lasciare che la malattia faccia il suo corso (rectius: lasciarsi morire) per fare posto ai più giovani? Il motivo di una simile pratica sta nel fatto che gli ospedali olandesi iniziano a essere saturi, sono quasi al limite della capienza, dunque sarebbe meglio che gli anziani attratti da una prospettiva di dolce morte quasi suicidio, cedano il posto letto che spetterebbe loro a qualcuno più giovane e con più probabilità di scampare alla malattia. Tra l’altro con il necessario intervento del medico per la sedazione, dato che si tratta di una atroce morte per soffocamento.

Secondo i difensori della iniziativa si tratterebbe di una eutanasia selettiva, su base puramente volontaria, che maschera in verità una sorta di selezione naturale. Con gli orrori del XX secolo pensavamo di avere toccato il fondo, ma la bassezza cui può arrivare l’uomo non smette mai di stupire. Non vi è da stupirsi, appunto, perché non si tratta che di una applicazione specifica e particolare del concetto di eutanasia in un Paese che, come è noto, dal 2002 ha introdotto una legge specifica su essa e il suicidio assistito. L’iniziativa olandese dà ragione in pieno alle preoccupazioni che i cristiani, di tutto il mondo hanno da sempre manifestato nei confronti delle leggi che danno cittadinanza giuridica all’eutanasia.

Si è detto che essa, comunque la si voglia definire giuridicamente, è sempre un omicidio, cioè tecnicamente la privazione della vita di un essere umano. Non solo, si è sempre messo in guardia il Legislatore dal fatto che introdurre l’istituto significa soprattutto introdurre, nella cultura giuridica e poi sociale, il concetto stesso della liceità dell’omicidio. Con evidente contraddizione della cultura occidentale che, da un lato si batte, giustamente, contro la pena di morte e dall’altro accetta la morte come auspicabile soluzione di alcuni problemi sociali o personali. Da un punto di vista assiologico ciò significa degradare il valore della vita da assoluto a relativo, da principio irrinunciabile e non negoziabile, a recessivo dinanzi a una qualsiasi motivazione razionale. E di motivazioni razionali, al bisogno, se ne possono tirar fuori molteplici, come gli olandesi dimostrano.

Ciò significa, inoltre, la relativizzazione del valore stesso, che diviene un diritto pretensivo attribuito alla persona invece che mantenere la sua assolutezza, insensibile alla soggettività dell’individuo. In altri termini, si introduce un concetto di diritto alla vita inteso solo come pretesa a non esserne privato appartenente a ciascuna persona, e quindi relativo ad essa, si accompagna al diritto della Vita a essere rispettata in assoluto. Sicché non erano infondate le preoccupazioni dei cristiani circa un effetto domino dalle inevitabili conseguenze catastrofiche nell’accettare la prima crepa nella diga costituita dalla assolutezza del diritto alla vita. In effetti ha ragione il direttore della sanità olandese quando si riferisce ad una diversità di cultura che separa nettamente i popoli mediterranei da quelli nordici. Una diversità profonda che si basa sul concetto di persona e sulla centralità della vita.

La cultura di matrice greco-latina, filtrata dal Cristianesimo, è una cultura di vita, di amore, fondata sulla centralità della persona che prevale su qualsiasi altro bisogno organizzativo o economico della società. È la cultura di Έρως e di un Έρως individuale, non collettivo. La cultura nordica è basata sul concetto tribale collettivista. La collettività, impersonata dallo Stato, è tutto e la persona è tale solo se inserita quale pedina nella collettività. È θάνατος che prevale perché la collettività tribale maggiormente si realizza quanto più la persona si annichilisce, sino alla morte. Il rapporto tra la persona e la collettività non è quel legame di solidarietà e di amore, che permetteva a Ovidio di declamare “dulce et decorum est pro patria mori”, ma un legame dovuto, obbligatorio ove prevale il dovere morale di adeguarsi alla volontà della tribù, meglio se impersonata dalla figura di un capo assoluto.

Non vi è spazio per l’assoluto, ma tutto si risolve in un relativismo esasperato, anche e soprattutto morale come ricordava Benedetto XVI, perché la stessa collettività, che mira ad assurgere come elemento assoluto nella vita delle persone, in quanto realizzazione dello Spirito, in realtà si presenta storicizzata e quindi relativa, e storicizzati e relativi ne sono i valori. In questa ottica tutto si giustifica, anche le durezze politiche, la mancanza di solidarietà economica all’interno della Unione Europea, la visione dell’UE come collettività da salvaguardare al di là delle persone la cui volontà non conta dinanzi alla sopravvivenza della tribù, gli egemonismi che contraddicono gli sbandierati propositi solidaristici.

Insomma una prospettiva di alienazione tribale che contrasta con il paradigma della libertà, proprio del messaggio cristiano. È una cultura che, alla fine, se prevalente conduce alla negazione stessa della Creazione come atto libero e quindi di Dio.

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